Il miele: un furto lungo secoli.

Quando acquistiamo un barattolo di miele siamo (quasi sempre) certi di comprare un prodotto naturale e dalle numerose qualità nutritive. Diamo per scontato che il buon consumatore si accerti che la provenienza del suo miele sia italiana e che quindi sia pronto a  spendere non meno di 10 euro al chilo per il suo acquisto.

Ma sappiamo davvero come viene prodotto il miele che abbiamo appena comprato?

Nella maggior parte dei casi la risposta è no, o perlomeno è “boh!”

Dietro a questo prodotto ci sono un sacco di luoghi comuni e di verità che non sempre sono palesi per chi lo consuma. Nel pensiero di molti alberga l’idea romantica di schiere di api che bottinano il nettare da milioni di fiori per ricompensare il bravo apicoltore che offre loro un riparo sicuro in arnie a prova di intemperie e dei nemici naturali. 

Ma la storia non è proprio così rosea.

La raccolta del miele, con gli anni, si è trasformata in un processo “razionale”: in tempi antichi l’uomo raccoglieva i favi delle api distruggendoli e ricavando il prezioso nutrimento a discapito di buona parte della colonia di insetti. Raccoglieva quello che gli serviva preservando parte dell’alveare ma con una tecnica, per l’appunto, primitiva.

Negli ultimi due secoli l’apicoltura si è trasformata quasi in una “scienza” e oggi la produzione “razionale” preserva i favi delle api raccogliendo solo il miele e lasciando in intatta “la casa delle api”.

Beh! si dirà… allora siamo tutti contenti? 

A dire il vero le cose non stanno proprio così.

Ogni anno l’apicoltore effettua due “smielature”, ossia due raccolti di miele: uno in tarda primavera e l’altro a fine estate. Quello che però pochi sanno è che il miele raccolto è in realtà la scorta che questi insetti fanno delle risorse alimentare a loro indispensabili: soprattutto a fine estate preparano il necessario per “invernarsi”. 

Molti credono che sia solo il “surplus” delle loro scorte che viene raccolto ma la verità è un’altra. Fatte salve alcune (poche) realtà che rispettano l’arduo lavoro delle api, nella maggior parte dei casi la raccolta avviene a discapito di quasi tutte le scorte immagazzinate da questi impollinatori: parliamo di un vero e proprio furto

A darvi la prova che si tratta proprio di un ladrocinio è il fatto che le api, dopo le smielature, finirebbero per morire di fame se l’uomo non ci mettesse il suo “ingegno”. Le famiglie di api derubate riescono a sopravvivere solo grazie all’alimentazione artificiale che gli apicoltori mettono in atto fornendo sciroppi a base di zucchero denaturato o con composti semi-solidi detti canditi. Le api in natura non mangerebbero mai tali prodotti spontaneamente: ma la fame si sa, rende tutti più flessibili, anche gli impollinatori. 

Prelevando quasi tutte le scorte di miele l’uomo obbliga l’ape ad alimentarsi con lo zucchero (e altri ingedienti) invece che con il nettare che, nei periodi di smielature, tra l’altro, tende ad essere meno diffuso a causa della sua stagionalità.

E perchè non si preleva solo una piccola parte delle scorte di miele invece che rubarlo tutto? La risposta è semplice: chi sceglie l’apicoltura razionale è spinto da interessi economici e fare quadrare il bilancio a fine anno è una necessità di ogni imprenditore apistico. Sono davvero pochi gli “allevatori” che hanno come interesse primario le api: la quasi totalità pensa al guadagno derivato dalla vendita del miele e degli altri prodotti dell’arnia. Ma questo è un discorso che non possiamo generalizzare: le cose stanno cambiando e Apiantide ne è la prova vivente. 

Con le colonie di api che stiamo approntando per la prossima primavera opereremo per l’esclusivo interesse degli impollinatori, lasciando loro tutte le scorte che riusciranno a immagazzinare e prelevando solo la quantità di miele utile alle analisi sulla qualità e sulla specificità dei pollini del nostro areale.
Con questo articolo non vogliamo attaccare la produzione di miele ma solo rendere più chiaro ai consumatori che il miele che comprano è il bottino di un furto dell’uomo ai danni delle api. Le api sarebbero più felici di mangiare il loro prodotto naturale piuttosto che essere alimentate con prodotti destinati all’uomo e non agli insetti impollinatori. Nei prossimi articoli vi parleremo anche di come l’alimentazione artificiale venga annoverata tra le concause della sindrome dello spopolamento degli alveari: l’ennesima prova che l’interesse economico è spesso in antitesi alla stessa sopravvivenza dell’uomo e del suo pianeta.

 

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