Il primo talk di Apiantide: il resoconto

Lo scorso sabato, grazie al patrocinio della Città di Angera abbiamo tenuto il primo incontro pubblico dell'associazione Apiantide. Il materiale presentato è stato ben apprezzato dalla ventina di persone presenti. La qualità della platea è stata molto alta: naturalisti riconosciuti, rappresentanti di associazioni apistiche e di associazioni di categoria, rappresentanti delle istituzioni, tra i quali un sindaco e un vicesindaco, giornalisti, Cittadini di Apiantide e anche qualche curioso amante dell'ambiente. Possiamo dire che l'obbiettivo è stato raggiunto.

Il primo incontro ci è anche servito per capire che c'è bisogno di rimodulare il talk a favore di un maggiore spazio da dedicare alle "risposte al problema" piuttosto che al problema stesso. Vi posso confermare che, come estensore dei testi utilizzati, avevo messo in primo piano i dati di ISPRA col timore di dare troppo spazio alle attività di Apiantide: l'ultimo dei problemi voleva essere quello di fare un "marchettone" per l'associazione che sono riuscito a evitare.

Buoni commenti e molte domande al termine dell'incontro. Tra queste, le più infervorate, sono state le questioni mosse sul progetto Evodia, uno dei pilastri su cui abbiamo fondato Apiantide. Alcuni studiosi dell'ambiente hanno criticato la nostra scelta di piantare alberi di Evodia per il pascolo delle nostre famiglie ospitate nei campi laboratorio che abbiamo deciso di attivare in 3 diversi luoghi della provincia di Varese, per iniziare. Nel dettaglio ci viene fatto notare che l'Evodia non è una pianta autoctona e quindi potrebbe rappresentare un rischio per l'ecosistema.
Ho prontamente risposto che la nostra scelta non è stata dettata dall'entusisamo di fare qualcosa ma dallo studio approfondito, durato parecchi anni prima della fondazione di Apiantide, e mirato alla comprensione del cultivar in questione e di quanto si stia facendo sia in Italia che in Europa, dove questa essenza è stata introdotta quasi due secoli fa.
Ho fatto notare anche che la stessa robinia (dalla quale si ricava il miele di Acacia, produzione d.o.p. nella nostra provincia) è una pianta alloctona e pure invasiva ma nessuno si sognerebbe di considerarla un problema per il nostro ecosistema. Ma al di là delle mie opinioni ci si può sincerare di quali siano le specie vegetali invasive e aliene consultando il sito del Ministero dell'Ambiente che pubblica periodicamente un elenco aggiornato di queste essenze (lo trovate qui o ancora più completo qui). In questo elenco non compare l'evodia perchè non è una pianta pericolosa per l'ecosistema mentre è presente una delle acacie (non la robinia). Ora non voglio mettere una pianta contro l'altra ma far notare l'assenza di ideologia nelle scelte di Apiantide.

Mi piace sempre citare l'esempio della canapa. Quando vivevo a Venezia facevo parte del Gruppo Ambiente di un noto Movimento politico che, tra le varie iniziative, propose la bonifica dei terreni di Porto Marghera con la piantumazione della Canapa del genere Indica, nota per la sua capacità di ripulire il terreno da metalli pesanti e altre sostanze come arsenico, piombo e derivati degli idrocarburi, restituendo un ambiente più sano. Possiamo forse parlare della Canapa come pianta autoctona? Risposta: NO! Arriva dal sub continente indiano ed è stata introdotta in Italia almeno due o tre secoli fa, tanto da far diventare il nostro paese uno dei primi produttori al mondo di tele e cordame per le navi, fatti proprio con la Canapa. Cito questo esempio a dimostrazione che, se si mettono da parte le ideologie di purismo e ambientalismo fini a se stessi, è possibile fare qualcosa per il declino della qualità del nostro ambiente.

Oggi l'urgenza di passare all'azione prevede scelte ben ponderate e noi crediamo di averne alcune.
A puro titolo informativo ricordiamo che l'evodia ha una resa mellifera tra le più alte (se non la più alta) tra le piante da pascolo per api, arrivando a una capacità nettarifera di 2.500Kg/ha contro l'acacia che arriva a 500kg/ha. Ma se non bastasse questo a tranquillizzare chi muove contestazioni verso questa scelta, ricordiamo che la medicina Kampo (giapponese e cinese) ricava da questa pianta estratti e preparati usandone praticamente ogni parte: dalla corteccia alle foglie, dalle bacche ai semi. Esperimenti fatti anche in Europa hanno dimostrato che l'evodia offre un aiuto importante alla creazione delle scorte invernali negli apiari grazie alla fioritura in tarda estate. Per contro il miele prodotto dai fiori di evodia (bottinati da centinaia di specie di impollinatori e non solo api) è risultato organoletticamente poco pregiato risultandone un gusto "tipo medicina" che i consumatori non gradiscono (a differenza degli insetti). Questo aspetto, che a molti apicoltori appare sufficiente a scartare l'evodia dai loro pascoli, è per Apiantide un pregio: noi non alleviamo api per fare miele da vendere, noi alleviamo api per incrementarne il numero nel nostro ecosistema. Il motivo per cui il nettare d'evodia sa di medicina è perchè è una medicina, anche per le api: risulta essere un antidiarroico, antifungino e antibiotico. Offrendo nettare di evodia alle nostre api somministriamo loro un super alimento che è in grado di aiutare il loro sistema immunitario già fiaccato da pesticidi e tecniche "professionali" di allevamento basate sull'uso di chimica e antibiotici. L'evodia limita l'uso di tali prodotti e fortifica le api: il nostro obbiettivo primario.

Ciò detto, si continua. Stiamo già realizzando contatti per un nuovo incontro pubblico e continuiamo la campagna "progetto Evodia" che permette di aver 50 semi di questa pianta in regalo a chi sostiene attivamente la nostra associazione diventando Cittadino di Apiantide: fallo anche tu.

di Giulio Puccini